
Addio LIV Golf: Riad chiude i rubinetti, il golf mondiale cerca un nuovo equilibrio
Con una comunicazione tanto scarna quanto insolita per un fondo abituato a muoversi nel riserbo più assoluto, il Public Investment Fund dell'Arabia Saudita ha annunciato che smetterà di finanziare la LIV Golf al termine della stagione 2026. Dopo aver riversato oltre cinque miliardi di dollari nel circuito ribelle dal suo debutto nel 2022, il fondo da novecento miliardi di patrimonio ha riconosciuto che «gli investimenti sostanziali richiesti a lungo termine» non sono più in linea con la propria strategia. È la certificazione di un fallimento commerciale che lascia senza rete un esercito di stelle da major – da Bryson DeChambeau a Jon Rahm, da Phil Mickelson a Cameron Smith – e congela i tornei in calendario, a partire da quello già rinviato in Louisiana.
Eppure, secondo gli analisti che seguono l'intreccio tra sport e geopolitica da Pechino a Riad, liquidare l'esperimento come un puro scialo di petrodollari sarebbe fuorviante. Simon Chadwick, che insegna sport eurasiatico alla Emlyon Business School di Shanghai, ricorda che la LIV ha centrato uno degli obiettivi non dichiarati ma essenziali: proiettare il regno conservatore sulla scena globale, strappandolo all'immagine di isolamento. La mossa, quindi, non segnerebbe un raffreddamento saudita verso lo sport – il conflitto mediorientale e le tensioni sul Golfo non hanno scalfito questa strategia – ma piuttosto un riorientamento delle risorse verso altri veicoli di soft power, magari meno costosi e controversi.
Sull'altra sponda dell'Atlantico, il silenzio di Riad si è trasformato in rumore di fondo al Campionato Cadillac di Miami, dove le reazioni dei big del PGA Tour hanno mostrato tutta l'incertezza del momento. Jordan Spieth, sollecitato sulle ipotesi di un rientro dei transfughi, ha parlato di un percorso irto di penali finanziarie e sportive, simile a quelle già scontate da Brooks Koepka e Patrick Reed. Scottie Scheffler, numero uno mondiale, ha invece liquidato ogni domanda con uno sprezzante «sono appena sceso dal green, non so cosa vogliate da me». La divergenza di toni rivela una ferita ancora aperta, che né i negoziati segreti né i proclami di unità hanno saputo rimarginare.
Nel frattempo, gli effetti si propagano fino all'Australia, dove il governo del South Australia ha messo in mora gli organizzatori: serve la garanzia che il torneo di Adelaide – vetrina sperimentale di una formula capace di unire spettacolo e pubblico – sopravviva oltre l'attuale ciclo di investimenti, altrimenti i fondi pubblici per l'ammodernamento del North Adelaide Golf Course saranno dirottati altrove. La richiesta di certezze entro ottobre è il sintomo concreto di come il modello LIV, costruito sulla promessa infranta di un golf parallelo finanziariamente autosufficiente, stia già sgretolando le fondamenta locali.
Che cosa resterà dell'incursione saudita nel golf? Per l'Europa, e per l'Italia che nel 2023 ha ospitato una Ryder Cup blindata contro le sirene della LIV, il ridimensionamento del circuito ribelle potrebbe innescare un riassorbimento dei campioni nel DP World Tour e nel PGA Tour, ma con cicatrici profonde. L'ottica di Bruxelles, attenta alle dinamiche di integrità sportiva, guarda con sollievo al tramonto di un progetto che minacciava di frantumare l'ecosistema tradizionale; eppure, la lezione strategica impartita da Riad – comprare visibilità per poi disimpegnarsi quando la partita si fa troppo costosa – costringe l'intero movimento a interrogarsi su come rendere il golf abbastanza solido da resistere ai capricci della geopolitica. L'eredità della LIV non sarà un trofeo, ma un manuale di rischi.
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