
Allarme nucleare globale: l’Onu alla prova delle tentazioni atomiche in Asia e Medio Oriente
Mentre al Palazzo di Vetro si apre la conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, il mondo si ritrova più esposto che mai alla minaccia di una nuova corsa agli armamenti. Era già il 2022 quando il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres avvertiva che l’umanità era «a un passo dall’annientamento nucleare»; da allora, secondo l’alta rappresentante per il disarmo Izumi Nakamitsu, la situazione è ulteriormente peggiorata, perché i due maggiori Stati atomici non hanno più alcun accordo bilaterale sul controllo degli armamenti. In questo vuoto, i direttori per la non proliferazione del G7 – di cui l’Italia è parte attiva – hanno lanciato da Parigi un allarme circostanziato sull’espansione e la modernizzazione incessante degli arsenali di Russia e Cina, mentre il conflitto in Ucraina e la competizione strategica globale erodono le fondamenta del patto che per decenni ha contenuto il numero degli attori nucleari.
È tuttavia l’Asia orientale il teatro dove il tabù della proliferazione sta incrinandosi in modo più rapido e preoccupante. In Corea del Sud sette cittadini su dieci, secondo i sondaggi, sono favorevoli a dotarsi di un deterrente atomico. In Giappone, unico Paese ad aver subito bombardamenti atomici in guerra, il primo ministro rifiuta di escludere apertamente l’opzione e un suo consigliere per la sicurezza nazionale, Oue Sadamasa, ha perfino invocato pubblicamente un arsenale nucleare nazionale. Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha parlato di una «razionalizzazione» dell’arma nucleare nel dibattito pubblico delle due democrazie alleate di Washington, un fenomeno che fino a ieri pareva confinato ai circoli dei falchi. La prospettiva di una «proliferazione amichevole» – alleati che si armano senza l’aperta opposizione americana – non è più fantapolitica.
A rendere più amara la riflessione è il paradosso russo. Mosca reagisce alle voci di un riarmo nucleare in Asia orientale con le consuete condanne, ma secondo l’analisi del politologo James DJ Brown, rimbalzata anche nel dibattito italiano, è proprio l’aggressività del Cremlino ad alimentare l’insicurezza che spinge Seoul e Tokyo a valutare opzioni di sicurezza radicali. In altre parole, l’uso strumentale della minaccia atomica da parte di Putin durante la guerra in Ucraina e la rinnovata intimità militare con Pyongyang stanno ottenendo l’effetto opposto a quello sperato, spingendo le capitali asiatiche a considerare la deterrenza indipendente come unica garanzia di sopravvivenza. È una dinamica che Bruxelles osserva con apprensione, perché un’ulteriore frattura del regime di non proliferazione in Estremo Oriente avrebbe ripercussioni immediate sull’architettura di sicurezza europea, già provata dal conflitto ucraino.
Sull’altro versante, il dossier iraniano resta un banco di prova per la credibilità della via diplomatica. Le tensioni montano e la finestra per evitare un’escalation che coinvolga l’intero Medio Oriente si fa stretta, ma negli ambienti esperti di Washington come nelle cancellerie europee prende corpo la convinzione che la guerra non potrà mai risolvere la minaccia nucleare di Teheran. Solo trattati, diplomazia e verifiche rafforzate possono offrire una soluzione durevole, e proprio il Trattato di non proliferazione, con il suo storico patto – rinuncia all’atomica in cambio del disarmo graduale delle potenze nucleari – contiene gli strumenti giuridici per disinnescare la crisi. La conferenza di New York è dunque il momento in cui testare se quegli strumenti esistono ancora o se sono ormai logorati dall’inerzia dei grandi.
Il quadro che emerge è quello di un ordine nucleare mondiale in gravissimo affanno. Le speranze di un accordo alla conferenza di revisione sono ridotte, mentre la sfiducia reciproca fra Stati nucleari e non nucleari si allarga. Per l’Italia, che siede al G7 e fa della non proliferazione un pilastro della propria politica estera, la posta è alta: un fallimento del multilateralismo a New York non solo renderebbe più probabile una proliferazione a catena, ma sancirebbe la fine di quell’equilibrio fondato sulla parola data che ha scongiurato l’apocalisse per quasi ottant’anni.
Allarga lo sguardo
Trump congela i raid sull’Iran, subordinati a un accordo rapido sullo Stretto di Hormuz
6 lingue · 74 testate
Da Economy & MarketsIl Messico rimbalza dell’1,5% nel secondo trimestre, il miglior dato in oltre cinque anni
1 lingua · 18 testate
Da TechnologyGIIAS 2026: Chery lancia la Q con prenotazione solo online, 6.000 ordini in poche settimane
1 lingua · 15 testate