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mercoledì 6 maggio 2026

Deficit saudita esplode a 33,5 miliardi: spesa militare alle stelle per la guerra con l'Iran

Il regno registra il peggior trimestre fiscale degli ultimi anni. Spesa pubblica +20%, entrate petrolifere in calo. Sfida per la diversificazione economica.

Il primo trimestre del 2026 si chiude per l'Arabia Saudita con un rosso da record: 125,7 miliardi di riyal, l'equivalente di 33,5 miliardi di dollari, un disavanzo che da solo vale quasi l'80 per cento dell'intera proiezione annuale. Il dato, comunicato dal ministero delle Finanze di Riad, è il quattordicesimo trimestre consecutivo in deficit, ma la sua entità impressiona per la rapidità con cui si è accumulato. All'origine vi è una combinazione esplosiva: il crollo delle entrate petrolifere, scese del 3 per cento su base annua a 144,7 miliardi di riyal, e un'escalation della spesa pubblica, cresciuta del 20 per cento fino a 386,7 miliardi. La voce più pesante è quella militare, balzata del 26 per cento a 64,7 miliardi di riyal, conseguenza diretta del conflitto in corso con l'Iran, che da fine febbraio ha visto attacchi reciproci tra Teheran, Stati Uniti e Israele con gravi ripercussioni sulle infrastrutture energetiche del Golfo e sulla navigazione nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

Nonostante l'impennata del prezzo del greggio, l'economia saudita rallenta in tutti i settori. Le entrate non petrolifere, cuore della strategia di diversificazione Vision 2030, segnano un magro +2 per cento a 116,3 miliardi di riyal, spinte dalle tasse su beni e servizi, mentre il turismo e l'edilizia accusano il colpo delle tensioni regionali. Per contro, gli investimenti minerari e industriali mostrano segnali di tenuta: nel 2025 le licenze minerarie attive sono salite a 2.925, con investimenti per 44 miliardi di riyal, e il numero di fabbriche registrate ha raggiunto quota 12.946, segno che Riad non ha abbandonato il suo obiettivo di emanciparsi dalla dipendenza dagli idrocarburi.

Dal punto di vista del finanziamento, il Regno si era mosso con tempismo. L'Agenzia nazionale per la gestione del debito ha annunciato di aver già bloccato il 90 per cento del fabbisogno previsto per il 2026, pari a circa 217 miliardi di riyal, prima che le tensioni geopolitiche esplodessero, ricorrendo a canali privati e al mercato interno per ridurre l'esposizione internazionale. Una mossa prudenziale che, secondo gli analisti di Bruxelles, riflette la consapevolezza di Riad di dover convivere a lungo con uno scenario bellico alle sue porte. Per l'Europa e per l'Italia, il dato è di grande rilevanza: l'Arabia Saudita resta un fornitore chiave di greggio e un interlocutore centrale nelle dinamiche del prezzo dell'energia, che già pesa sulle economie del continente.

Da Pechino, invece, si guarda con attenzione alla tenuta della domanda interna saudita: Pechino ha scommesso miliardi su joint venture industriali e minerarie nel Regno, e un deficit strutturale che si approfondisce potrebbe rallentare i progetti comuni. Sul lungo periodo, il vero nodo è se Riad riuscirà a mantenere il ritmo della spesa pubblica senza mettere a rischio la stabilità fiscale. Il debito pubblico ha già raggiunto 1.670 miliardi di riyal, e il margine di manovra si riduce. La guerra con l'Iran, insomma, sta testando la solidità di un modello economico che si regge su un equilibrio fragile tra ambizione riformista e emergenza geopolitica.

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Deficit saudita esplode a 33,5 miliardi: spesa militare alle stelle per la guerra con l'Iran

Il regno registra il peggior trimestre fiscale degli ultimi anni. Spesa pubblica +20%, entrate petrolifere in calo. Sfida per la diversificazione economica.

Il primo trimestre del 2026 si chiude per l'Arabia Saudita con un rosso da record: 125,7 miliardi di riyal, l'equivalente di 33,5 miliardi di dollari, un disavanzo che da solo vale quasi l'80 per cento dell'intera proiezione annuale. Il dato, comunicato dal ministero delle Finanze di Riad, è il quattordicesimo trimestre consecutivo in deficit, ma la sua entità impressiona per la rapidità con cui si è accumulato. All'origine vi è una combinazione esplosiva: il crollo delle entrate petrolifere, scese del 3 per cento su base annua a 144,7 miliardi di riyal, e un'escalation della spesa pubblica, cresciuta del 20 per cento fino a 386,7 miliardi. La voce più pesante è quella militare, balzata del 26 per cento a 64,7 miliardi di riyal, conseguenza diretta del conflitto in corso con l'Iran, che da fine febbraio ha visto attacchi reciproci tra Teheran, Stati Uniti e Israele con gravi ripercussioni sulle infrastrutture energetiche del Golfo e sulla navigazione nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

Nonostante l'impennata del prezzo del greggio, l'economia saudita rallenta in tutti i settori. Le entrate non petrolifere, cuore della strategia di diversificazione Vision 2030, segnano un magro +2 per cento a 116,3 miliardi di riyal, spinte dalle tasse su beni e servizi, mentre il turismo e l'edilizia accusano il colpo delle tensioni regionali. Per contro, gli investimenti minerari e industriali mostrano segnali di tenuta: nel 2025 le licenze minerarie attive sono salite a 2.925, con investimenti per 44 miliardi di riyal, e il numero di fabbriche registrate ha raggiunto quota 12.946, segno che Riad non ha abbandonato il suo obiettivo di emanciparsi dalla dipendenza dagli idrocarburi.

Dal punto di vista del finanziamento, il Regno si era mosso con tempismo. L'Agenzia nazionale per la gestione del debito ha annunciato di aver già bloccato il 90 per cento del fabbisogno previsto per il 2026, pari a circa 217 miliardi di riyal, prima che le tensioni geopolitiche esplodessero, ricorrendo a canali privati e al mercato interno per ridurre l'esposizione internazionale. Una mossa prudenziale che, secondo gli analisti di Bruxelles, riflette la consapevolezza di Riad di dover convivere a lungo con uno scenario bellico alle sue porte. Per l'Europa e per l'Italia, il dato è di grande rilevanza: l'Arabia Saudita resta un fornitore chiave di greggio e un interlocutore centrale nelle dinamiche del prezzo dell'energia, che già pesa sulle economie del continente.

Da Pechino, invece, si guarda con attenzione alla tenuta della domanda interna saudita: Pechino ha scommesso miliardi su joint venture industriali e minerarie nel Regno, e un deficit strutturale che si approfondisce potrebbe rallentare i progetti comuni. Sul lungo periodo, il vero nodo è se Riad riuscirà a mantenere il ritmo della spesa pubblica senza mettere a rischio la stabilità fiscale. Il debito pubblico ha già raggiunto 1.670 miliardi di riyal, e il margine di manovra si riduce. La guerra con l'Iran, insomma, sta testando la solidità di un modello economico che si regge su un equilibrio fragile tra ambizione riformista e emergenza geopolitica.

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