
Il ricatto delle Malvinas e lo spettro di un’alleanza ostaggio
È sufficiente una nota interna, un promemoria riservato sfuggito alle maglie della sicurezza del Pentagono, per far tremare l’architettura difensiva che ha retto l’Occidente per settantasei anni. L'idea, formulata dal principale consigliere politico del Dipartimento della Guerra, Elbridge Colby, di sospendere la Spagna dalla NATO e di rivedere il secolare appoggio diplomatico americano alla sovranità britannica sulle isole Falkland, ha il sapore acre di una resa dei conti interna alla famiglia transatlantica. Non si tratta più di una generica minaccia di disimpegno, ma di un preciso ricatto architettato per punire chi, come Madrid e Londra, si è rifiutato di concedere agli Stati Uniti i diritti di accesso, base e sorvolo per la campagna militare congiunta con Israele contro l’Iran.
La reazione degli isolani – i kelper – non si è fatta attendere, e nel suo fragore rivela un drammatico spiraglio di solitudine: appellandosi all’autodeterminazione sancita dalla Carta delle Nazioni Unite, l’amministrazione dell’arcipelago a guida britannica ha sfidato apertamente Donald Trump, ricordando al presidente americano che la lealtà al Regno Unito non è merce di scambio. E mentre da Bruxelles si osserva con inquietudine la tenuta dell’Alleanza – con un Sánchez che sfodera un’apparente noncuranza istituzionale, ribadendo che la collaborazione con gli alleati resta piena ma “nell’ambito della legalità” –, da Pechino e Mosca si segue con un misto di cinismo e soddisfazione l’incrinarsi del fronte occidentale, una frattura che rende più fragile l’applicazione di qualsiasi futura pressione internazionale.
Per Buenos Aires l’apertura di questo squarcio è insieme una storica opportunità e una trappola politica sottile. Il presidente Javier Milei, alleato ideologico di Trump, ha immediatamente raccolto il testimone, rivendicando la continuità di una ferita aperta nel 1833 con un atto di forza contrario persino al diritto internazionale dell’epoca. Il suo governo, rifiutando la validità del referendum locale del 2013, punta non solo a ribadire che “le Malvinas sono state, sono e saranno argentine”, ma a incuneare la propria causa nella logica transazionale della dottrina “Donroe”, dove la geografia prevale sull’autodeterminazione e il sostegno a Londra può essere revocato per punire la tiepidezza militare di Keir Starmer. Tuttavia, il rischio per l’Italia e l’Europa intera è che la disputa per le isole dell’Atlantico meridionale diventi il modello di una destrutturazione permanente della solidarietà occidentale. Se oggi Washington minaccia di ritirare la copertura diplomatica su un territorio d’oltremare per punire un alleato renitente a una guerra mediorientale, domani la stessa logica potrà applicarsi al Mediterraneo allargato, dove i nostri assetti strategici dipendono dalla medesima, fragile, promessa di protezione.
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