
Deportati in Centrafrica attivisti iraniani: «Una condanna a morte»
L’amministrazione Trump trasferisce con un volo segreto richiedenti asilo in un Paese devastato dalla guerra, ignorando le protezioni legali e le stesse allerte del Dipartimento di Stato.
Un aereo partito dalla Louisiana ha scaricato a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, una ventina di migranti iraniani, afghani, turchi e georgiani. Tra loro, secondo fonti legali e media internazionali, c’erano almeno due donne iraniane: un’attivista pro-democrazia e una convertita al cristianesimo. Entrambe erano arrivate negli Stati Uniti nel novembre 2024 e avevano ottenuto da un giudice la sospensione dell’espulsione verso l’Iran, dove rischiavano persecuzioni e torture. Invece di essere rimpatriate, sono state deportate in un Paese che il Dipartimento di Stato americano sconsiglia ai propri cittadini «per qualsiasi motivo», dilaniato da guerra civile, gruppi armati e presenza di mercenari russi.
L’operazione rientra nella politica di «deportazione verso Paesi terzi» perseguita con determinazione dall’amministrazione Trump. Washington ha stretto accordi riservati con quasi venti Stati, spesso poveri e instabili, per trasferirvi migranti che non possono essere rimandati nel Paese d’origine a causa di rischi di persecuzione o tortura. I due casi iraniani erano coperti dallo status di «withholding of removal», una forma di protezione complementare che, pur non garantendo un permesso di soggiorno permanente, vieta il respingimento verso il Paese persecutore. Inviarli in Centrafrica – dove non hanno legami familiari, linguistici o culturali – equivale, secondo gli avvocati, a eludere quel divieto esponendoli a un pericolo estremo.
Le reazioni del mondo legale e umanitario sono state durissime. Emily Trostle, legale delle due donne iraniane, ha definito il trasferimento «super pericoloso». Altre organizzazioni per i diritti dei migranti hanno parlato di «condanna a morte», ricordando che la Repubblica Centrafricana è uno degli Stati più violenti e impoveriti del pianeta, con infrastrutture sanitarie al collasso e una presenza significativa di gruppi paramilitari russi. La stessa Alma David, avvocata specializzata in immigrazione, ha confermato all’AFP l’arrivo del volo a Bangui nella tarda serata di venerdì, sottolineando come queste espulsioni siano diventate un pilastro della politica anti-immigrazione trumpiana.
La vicenda assume un rilievo che travalica i confini americani. Da Bruxelles, osservatori europei leggono in queste pratiche un precedente allarmante: l’esternalizzazione delle procedure di asilo verso Paesi terzi privi di garanzie, già oggetto di dibattito in seno all’Unione, rischia di legittimare modelli di cooperazione basati su mere transazioni finanziarie con regimi fragili o autoritari. Per l’Italia, Paese di primo approdo mediterraneo, il segnale è duplice: da un lato si rafforza la narrativa securitaria che equipara migrazione a minaccia; dall’altro si erode il principio di non-refoulement, cardine della Convenzione di Ginevra, con possibili ripercussioni sui negoziati europei per il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo.
Mentre si attende di conoscere il destino degli altri iraniani e afghani ancora in attesa di espulsione, i ricorsi legali negli Stati Uniti potrebbero aprire un fronte giudiziario significativo. Ma al di là delle aule di tribunale, la scelta di deportare persone protette in un Paese in ginocchio lancia un messaggio inequivocabile: la protezione umanitaria può essere svuotata con un semplice accordo amministrativo. Resta da vedere se la comunità internazionale, e in particolare l’Unione Europea, saprà opporre una risposta coordinata a una strategia che trasforma la vulnerabilità in arma diplomatica.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa iraniana e affini | −0.80 | critical |
| Stampa russa e CSI | −0.60 | critical |
| Stampa europea continentale | −0.70 | critical |
Gli Stati Uniti stanno deportando richiedenti asilo iraniani vulnerabili, tra cui un'attivista pro-democrazia e una convertita al cristianesimo, nella Repubblica Centrafricana, un paese che Washington stessa considera troppo pericoloso per i propri cittadini. Questa politica di deportazione verso 'paesi terzi', tratto distintivo della stretta immigratoria dell'amministrazione Trump, ignora palesemente le esigenze di protezione di chi fugge dalle persecuzioni e li espone a gravi rischi. La mossa sottolinea un'ironia crudele: persone che cercavano sicurezza in America vengono ora scaricate in una zona di conflitto contro cui il Dipartimento di Stato mette in guardia.
Gli Stati Uniti, che si proclamano campioni dei diritti umani, stanno inviando forzatamente cittadini iraniani – tra cui un'attivista per la democrazia e una donna che ha cambiato religione – nella Repubblica Centrafricana devastata dalla guerra. Questa deportazione rivela l'ipocrisia di un governo che etichetta l'Iran come 'regime terrorista' mentre mette a rischio vite iraniane abbandonandole in uno dei paesi più pericolosi al mondo. Il destino di queste persone, che godevano di tutele legali, mostra il vero volto dell''umanitarismo' americano.
Washington deporta rifugiati iraniani, tra cui un'attivista politica e una convertita cristiana, nella Repubblica Centrafricana, una destinazione che il suo stesso Dipartimento di Stato sconsiglia agli americani di visitare a ogni costo. La mossa illustra perfettamente i doppi standard della politica immigratoria statunitense: mentre condanna a gran voce i record sui diritti umani di altre nazioni, scarica persone vulnerabili in uno stato lacerato dalla violenza. Per Mosca, questo è l'ennesimo esempio dell'ipocrisia americana sulla scena globale.
L'amministrazione Trump ha espulso donne iraniane che avevano ottenuto protezione dalle persecuzioni, inviandole nella Repubblica Centrafricana, un paese che gli stessi USA classificano come estremamente pericoloso. Questa pratica di deportare individui vulnerabili verso paesi terzi con cui non hanno alcun legame viola lo spirito della protezione internazionale dei rifugiati e solleva seri allarmi umanitari. Gli osservatori europei vedono in questo una preoccupante erosione delle norme sull'asilo da parte di un alleato tradizionale.
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