
L'arresto di Ben Roberts-Smith e il mito dell'eroe: un caso che interroga l'Australia
L’arresto di Ben Roberts-Smith all’aeroporto di Sydney, avvenuto il 7 aprile mentre stava per imbarcarsi su un volo per Singapore, ha infranto l’immagine dell’eroe nazionale che l’Australia aveva costruito intorno al reduce della Victoria Cross. I documenti depositati in tribunale rivelano che l’ex sergente delle forze speciali aveva già lasciato l’appartamento di Brisbane, pagato un avvocato specializzato in immigrazione e prenotato biglietti per la Spagna, dove stava valutando l’acquisto di un’attività nel settore del benessere. Per gli inquirenti dell’Office of the Special Investigator, si trattava di un chiaro tentativo di sottrarsi alla giustizia: Roberts-Smith è accusato di aver ucciso o ordinato l’uccisione di cinque detenuti disarmati in Afghanistan tra il 2009 e il 2012, in violazione del diritto bellico.
La compagna Sarah Matulin, in un’affidavit presentato al giudice, ha però sostenuto che l’uomo sarebbe tornato in Australia qualora fosse stato incriminato, e il padre dell’imputato, ex giudice della Corte suprema dell’Australia Occidentale, ha versato una cauzione di 250.000 dollari per ottenerne la libertà vigilata. La vicenda si intreccia con il simbolo nazionale dell’Anzac Day: Roberts-Smith ha confermato che parteciperà alle cerimonie di domani per rendere omaggio, prendendo le distanze da un raduno di estrema destra che chiedeva il ritiro delle accuse. Da Canberra, il dibattito si allarga al significato stesso della commemorazione: il governo del Nuovo Galles del Sud ha istituito un giorno festivo supplementare per non far cadere la ricorrenza di sabato, suscitando critiche da parte di altri stati che temono una banalizzazione del rito.
Il caso, come osservano i commentatori di Sydney, non può essere strumentalizzato dalla retorica patriottica: il processo, che riprenderà a giugno, metterà alla prova la capacità dell’Australia di giudicare i propri soldati senza cedere al culto dell’eroe. Per l’Europa, che segue con attenzione i meccanismi di responsabilità nei teatri di guerra, la vicenda rappresenta un banco di prova della credibilità dei sistemi giudiziari occidentali di fronte a crimini commessi in nome della sicurezza nazionale.
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