
L’infanzia nell’era degli algoritmi: divieti, design e la solitudine dello schermo
Dall’Oman al Regno Unito, i governi alzano barriere anagrafiche per i social media, mentre in Libano e Canada si leva una domanda più radicale: il problema è il modello di business delle piattaforme, non solo l’età di chi le usa.
Shara Vickers, una cittadina di Sydney Mines in Nuova Scozia, si è ritrovata bloccata dalla pagina Facebook del suo rappresentante locale. Un gesto piccolo, quasi banale, che tuttavia le ha dischiuso una riflessione più ampia: se un politico può escludere un elettore con un clic, cosa significa proporre divieti generalizzati per i minori in un ecosistema dove i social media sono ormai la piazza pubblica, la fonte primaria di informazione e, per molti, l’unica occasione di partecipazione? La domanda, affidata a un editoriale su un quotidiano canadese, arriva mentre un’onda di restrizioni anagrafiche percorre il pianeta.
L’Oman ha appena avviato una consultazione pubblica per vietare l’accesso ai social ai minori di sedici anni, sulla scia della decisione degli Emirati Arabi Uniti di fissare la soglia a quindici. Londra, una settimana dopo aver annunciato il divieto per gli under 16, sta valutando di obbligare le piattaforme a dare priorità alle fonti giornalistiche accreditate – BBC, ITV, Channel 4 – per arginare la marea di disinformazione che, secondo i dati dell’Ofcom, raggiunge quattro adulti britannici su dieci in un solo mese. A Washington, la commissione Energia e Commercio della Camera ha raggiunto un accordo bipartisan per rafforzare la protezione dei minori, anche se resta irrisolto il nodo del “duty of care”, l’obbligo per le aziende di progettare ambienti più sicuri. Intanto in Argentina un rapporto nazionale rivela che quattro giovani su dieci tra i quindici e i ventinove anni hanno scommesso online di recente o lo fanno abitualmente, e il trenta per cento ha provato ansia quando non ha potuto piazzare una puntata. La tecnologia finanziaria precoce e la logica dell’immediatezza stanno trasformando la cameretta di un adolescente in una sala da gioco silenziosa, dove il denaro non è più cartaceo ma un numero che svanisce dietro una notifica.
Eppure, proprio dal mondo arabo e dal Nord America si levano voci che spostano l’asse del dibattito. L’attivista e analista libanese Mohammad Najm, in un intervento su un quotidiano di Beirut, ricorda che di fronte agli incidenti stradali nessuno ha mai proposto di abolire le automobili: si sono costruiti semafori, airbag, patenti e controlli. Per i social media, invece, il modello di business è fondato sull’economia dell’attenzione – scroll infinito, notifiche compulsive, algoritmi che premiano la polarizzazione – e dunque il danno non è un effetto collaterale ma una scelta di design. Najm chiede che si obblighino le piattaforme a modificare l’architettura dei prodotti, a garantire privacy di default per i minori e a sottoporsi a meccanismi di accountability quando le loro decisioni progettuali producono danni documentati. Dalla Nuova Scozia, Vickers aggiunge che un divieto rischia di limitare l’esposizione dei giovani a questioni complesse e di soffocare la loro capacità di organizzarsi e partecipare, proprio mentre la politica usa i social per bypassare i media tradizionali.
Per un lettore europeo, e italiano in particolare, la tensione è riconoscibile. L’Unione Europea ha già introdotto con il Digital Services Act obblighi di valutazione del rischio per i minori, e in Italia il dibattito sul divieto degli smartphone a scuola ha diviso pedagogisti e famiglie. La cornice che emerge da questa geografia di notizie non è quella di un semplice giro di vite anagrafico, ma di una rinegoziazione collettiva del perimetro tra protezione e accesso alla sfera pubblica. Il dato scozzese – solo il venti per cento degli adolescenti rispetta il limite di due ore di schermo, mentre il sonno e l’attività fisica arretrano – conferma che il tempo sottratto allo sviluppo cognitivo è un costo reale. Al contempo, la ricerca argentina sulle scommesse mostra che il confine tra gioco, socialità e finanza si è dissolto in un’unica esperienza digitale, spesso invisibile agli adulti.
L’immagine che resta è quella di un padre a Muscat che compila il modulo della consultazione pubblica, mentre a Buenos Aires un ragazzo quindicenne, nella penombra della sua stanza, scorre non solo i reel degli amici ma anche le quote di una partita. Due gesti lontani, uniti dalla stessa domanda: non basta alzare un’età, se la struttura che accoglie i giovani resta progettata per trattenerli a ogni costo.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | −0.70 | critical |
| Stampa sud-est asiatica | +0.20 | neutral |
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