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sabato 25 aprile 2026

La strozzatura di Hormuz infiamma il cherosene: voli cancellati e tariffe alle stelle, l’estate che spaventa il mondo

A distanza di poche settimane dall’acuirsi del conflitto in Iran, la virtuale paralisi dello Stretto di Hormuz ha già prodotto la più grave crisi del carburante aereo dai tempi della pandemia. Con il greggio Brent balzato oltre i 107 dollari al barile e il prezzo del cherosene quasi raddoppiato entro aprile, le compagnie aeree di ogni continente sono entrate in una fase di contrazione forzata. La notizia più emblematica arriva dalla Germania: Lufthansa ha annunciato il taglio di ventimila collegamenti a corto raggio nei prossimi sei mesi, una mossa che secondo gli analisti di Bruxelles anticipa un’estate di rinunce e rincari anche sulle rotte europee, Italia compresa, dove il turismo mediterraneo rischia di tornare ostaggio della geopolitica.

Guardando agli Stati Uniti, il paradosso si fa ancora più aspro. Le grandi compagnie americane – Delta, United, American e Southwest – non si proteggono con strumenti finanziari di copertura, a differenza della maggioranza dei vettori europei. Nelle ultime trimestrali, i loro amministratori delegati hanno descritto un’erosione rapida dei margini, con tariffe in crescita e nuove sovrattasse sui bagagli. La California, isolata dalla rete nazionale di oleodotti, paga un conto ancor più salato: a Los Angeles il cherosene ha toccato i 15 dollari al gallone, il 50 per cento in più rispetto ad altri grandi scali, e le riserve dello Stato sono precipitate ai minimi da due anni. In questo scenario, gli osservatori californiani temono che vettori low cost come Spirit Airlines possano scivolare verso la bancarotta se i costi non si stabilizzeranno in fretta.

Dal Canada, dove Air Transat e Air Canada hanno già iniziato a cancellare voli, il messaggio per i viaggiatori è un invito alla prudenza. Gli esperti di Montréal suggeriscono di sottoscrivere polizze assicurative complete prima di imbarcarsi per l’Europa, perché la carenza di kerosene rende incerto perfino il ritorno a casa. L’esperienza di marzo, quando migliaia di passeggeri rimasero bloccati a Dubai, Doha e Abu Dhabi per gli attacchi iraniani alle basi americane, ha mostrato quanto la rete dei grandi hub mediorientali possa incepparsi all’improvviso, trascinando con sé i collegamenti verso l’Asia e l’Oceania.

L’Europa cerca di assorbire l’urto aggrappandosi alle strategie di copertura finanziaria, ma non può dirsi immune. Il gruppo IAG, che controlla British Airways, Iberia e Aer Lingus, ha riconosciuto che i costi crescenti del carburante si stanno riversando sui biglietti, anche in assenza di interruzioni immediate nella fornitura. Dalla Svizzera, gli addetti ai lavori segnalano uno spostamento della domanda verso il Mediterraneo occidentale, le Canarie e i Caraibi, mentre le prenotazioni per l’Europa continentale si mescolano con il timore di ulteriori cancellazioni. È un’estate in cui l’inquietudine si somma al desiderio di viaggiare: il comparto alberghiero e i tour operator trattengono il fiato.

La cronaca dei numeri – venti vettori hanno già ridotto le operazioni di maggio secondo i dati Cirium – si intreccia con un groviglio normativo che lascia il passeggero disorientato. Le protezioni in caso di cancellazione variano radicalmente da un Paese all’altro, e l’approssimarsi di grandi eventi come il Mondiale di calcio non farà che aumentare la pressione su aeroporti già fragili. Nell’ottica di Bruxelles, l’emergenza potrebbe spingere a un ripensamento delle regole sui diritti dei viaggiatori, mentre da Washington si guarda con apprensione alla tenuta delle compagnie regionali. Ciò che emerge, alla vigilia della stagione più calda, è la consapevolezza che un intero sistema di mobilità costruito sull’abbondanza di energia a basso costo sta mostrando corde logore. E se la diplomazia non riaprirà presto il varco dell’Oceano Indiano, il prezzo del biglietto rischia di diventare l’ultima delle preoccupazioni.

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La strozzatura di Hormuz infiamma il cherosene: voli cancellati e tariffe alle stelle, l’estate che spaventa il mondo

A distanza di poche settimane dall’acuirsi del conflitto in Iran, la virtuale paralisi dello Stretto di Hormuz ha già prodotto la più grave crisi del carburante aereo dai tempi della pandemia. Con il greggio Brent balzato oltre i 107 dollari al barile e il prezzo del cherosene quasi raddoppiato entro aprile, le compagnie aeree di ogni continente sono entrate in una fase di contrazione forzata. La notizia più emblematica arriva dalla Germania: Lufthansa ha annunciato il taglio di ventimila collegamenti a corto raggio nei prossimi sei mesi, una mossa che secondo gli analisti di Bruxelles anticipa un’estate di rinunce e rincari anche sulle rotte europee, Italia compresa, dove il turismo mediterraneo rischia di tornare ostaggio della geopolitica.

Guardando agli Stati Uniti, il paradosso si fa ancora più aspro. Le grandi compagnie americane – Delta, United, American e Southwest – non si proteggono con strumenti finanziari di copertura, a differenza della maggioranza dei vettori europei. Nelle ultime trimestrali, i loro amministratori delegati hanno descritto un’erosione rapida dei margini, con tariffe in crescita e nuove sovrattasse sui bagagli. La California, isolata dalla rete nazionale di oleodotti, paga un conto ancor più salato: a Los Angeles il cherosene ha toccato i 15 dollari al gallone, il 50 per cento in più rispetto ad altri grandi scali, e le riserve dello Stato sono precipitate ai minimi da due anni. In questo scenario, gli osservatori californiani temono che vettori low cost come Spirit Airlines possano scivolare verso la bancarotta se i costi non si stabilizzeranno in fretta.

Dal Canada, dove Air Transat e Air Canada hanno già iniziato a cancellare voli, il messaggio per i viaggiatori è un invito alla prudenza. Gli esperti di Montréal suggeriscono di sottoscrivere polizze assicurative complete prima di imbarcarsi per l’Europa, perché la carenza di kerosene rende incerto perfino il ritorno a casa. L’esperienza di marzo, quando migliaia di passeggeri rimasero bloccati a Dubai, Doha e Abu Dhabi per gli attacchi iraniani alle basi americane, ha mostrato quanto la rete dei grandi hub mediorientali possa incepparsi all’improvviso, trascinando con sé i collegamenti verso l’Asia e l’Oceania.

L’Europa cerca di assorbire l’urto aggrappandosi alle strategie di copertura finanziaria, ma non può dirsi immune. Il gruppo IAG, che controlla British Airways, Iberia e Aer Lingus, ha riconosciuto che i costi crescenti del carburante si stanno riversando sui biglietti, anche in assenza di interruzioni immediate nella fornitura. Dalla Svizzera, gli addetti ai lavori segnalano uno spostamento della domanda verso il Mediterraneo occidentale, le Canarie e i Caraibi, mentre le prenotazioni per l’Europa continentale si mescolano con il timore di ulteriori cancellazioni. È un’estate in cui l’inquietudine si somma al desiderio di viaggiare: il comparto alberghiero e i tour operator trattengono il fiato.

La cronaca dei numeri – venti vettori hanno già ridotto le operazioni di maggio secondo i dati Cirium – si intreccia con un groviglio normativo che lascia il passeggero disorientato. Le protezioni in caso di cancellazione variano radicalmente da un Paese all’altro, e l’approssimarsi di grandi eventi come il Mondiale di calcio non farà che aumentare la pressione su aeroporti già fragili. Nell’ottica di Bruxelles, l’emergenza potrebbe spingere a un ripensamento delle regole sui diritti dei viaggiatori, mentre da Washington si guarda con apprensione alla tenuta delle compagnie regionali. Ciò che emerge, alla vigilia della stagione più calda, è la consapevolezza che un intero sistema di mobilità costruito sull’abbondanza di energia a basso costo sta mostrando corde logore. E se la diplomazia non riaprirà presto il varco dell’Oceano Indiano, il prezzo del biglietto rischia di diventare l’ultima delle preoccupazioni.

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