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mercoledì 29 aprile 2026

Libano, la tregua che non c’è: 1,2 milioni a rischio fame mentre le armi continuano a parlare

L’allarme lanciato dalle Nazioni Unite è stato chiaro: più di un milione e duecentomila libanesi, un quarto della popolazione, si troveranno nei prossimi mesi in uno stato di insicurezza alimentare acuta. Il recente conflitto tra Israele e Hezbollah ha annullato i fragili miglioramenti registrati dopo la crisi economica, ripiombando il Paese in una spirale di fame e disperazione. Secondo l’analisi del Integrated Food Security Phase Classification, condotta dalla Fao e dal Programma alimentare mondiale insieme al ministero dell’Agricoltura libanese, a determinare questo collasso sono l’intreccio tra violenze, sfollamenti di massa e una crisi economica che non dà tregua. Il ministro Nizar Hani ha parlato di “sfide senza precedenti”, mentre il rappresentante dell’agenzia Onu a Beirut ha sottolineato la fragilità di un sistema già logorato. La comunità internazionale osserva con apprensione, ma sul terreno la tregua firmata ad aprile è solo un ricordo.

L’accordo di cessate il fuoco, voluto da Washington e siglato lo scorso 17 aprile, sulla carta avrebbe dovuto fermare le ostilità. Di fatto, i raid israeliani continuano a mietere vittime. Martedì, un attacco “a doppio colpo” nel villaggio di Majdal Zoun ha ucciso tre soccorritori della Protezione civile libanese, colpiti mentre cercavano di salvare i feriti della prima ondata. Il primo ministro libanese ha definito l’azione un “crimine di guerra”, mentre il presidente Joseph Aoun ha accusato Israele di violare il diritto internazionale e le convenzioni che proteggono il personale medico. Da parte sua, Hezbollah ha risposto con un drone FPV che ha colpito un appaltatore civile israeliano impegnato in lavori di demolizione di infrastrutture del partito sciita nel sud del Libano, uccidendolo. Per Tel Aviv, queste incursioni rientrano in un “progetto speciale” per contrastare la minaccia crescente, mentre il governo libanese denuncia l’uso sproporzionato della forza.

Il bilancio delle violazioni si allunga ogni giorno. Mercoledì, un soldato libanese è stato ucciso in un bombardamento israeliano a Khirbet Selm, fuori dalla zona cuscinetto di dieci chilometri stabilita dall’intesa. Hezbollah, dal canto suo, ha lanciato due razzi verso la Galilea, riaccendendo la tensione al confine. L’esercito israeliano ha replicato con decine di raid e demolizioni di abitazioni, mentre a Beirut il consiglio di sicurezza si riunisce per valutare i prossimi passi. L’atmosfera è quella di una tregua che non esiste, fatta di accuse reciproche e azioni militari che minano ogni tentativo di stabilizzazione.

Per l’Italia e l’Europa, il quadro è preoccupante. Roma partecipa alla missione Unifil, i cui caschi blu operano in una zona sempre più insicura. Bruxelles segue con attenzione l’evolversi della crisi umanitaria, temendo un’ondata di profughi verso le coste europee e un aggravamento delle tensioni regionali. Secondo gli analisti della capitale belga, senza un autentico impegno diplomatico che vada oltre le dichiarazioni, il rischio è che il Libano precipiti in una nuova guerra civile, con ripercussioni sull’intero Mediterraneo orientale. L’ottica di Washington appare bloccata tra la necessità di sostenere Israele e quella di arginare l’influenza iraniana, mentre Pechino, pur lontana, monitora gli equilibri energetici della regione.

Guardando avanti, il quadro è fosco. L’insicurezza alimentare non potrà che peggiorare se i combattimenti non cesseranno davvero. I negoziati per una tregua stabile sembrano arenati, e la popolazione civile, intrappolata tra due fuochi, paga il prezzo più alto. La prossima stagione del raccolto è già compromessa, i prezzi dei generi alimentari salgono, e le riserve scarseggiano. Per invertire la rotta, servirebbe un cambio di passo: un cessate il fuoco effettivo, un corridoio umanitario, e un rilancio del dialogo politico. Ma finché le armi continueranno a parlare, le parole della diplomazia resteranno inascoltate.

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Libano, la tregua che non c’è: 1,2 milioni a rischio fame mentre le armi continuano a parlare

L’allarme lanciato dalle Nazioni Unite è stato chiaro: più di un milione e duecentomila libanesi, un quarto della popolazione, si troveranno nei prossimi mesi in uno stato di insicurezza alimentare acuta. Il recente conflitto tra Israele e Hezbollah ha annullato i fragili miglioramenti registrati dopo la crisi economica, ripiombando il Paese in una spirale di fame e disperazione. Secondo l’analisi del Integrated Food Security Phase Classification, condotta dalla Fao e dal Programma alimentare mondiale insieme al ministero dell’Agricoltura libanese, a determinare questo collasso sono l’intreccio tra violenze, sfollamenti di massa e una crisi economica che non dà tregua. Il ministro Nizar Hani ha parlato di “sfide senza precedenti”, mentre il rappresentante dell’agenzia Onu a Beirut ha sottolineato la fragilità di un sistema già logorato. La comunità internazionale osserva con apprensione, ma sul terreno la tregua firmata ad aprile è solo un ricordo.

L’accordo di cessate il fuoco, voluto da Washington e siglato lo scorso 17 aprile, sulla carta avrebbe dovuto fermare le ostilità. Di fatto, i raid israeliani continuano a mietere vittime. Martedì, un attacco “a doppio colpo” nel villaggio di Majdal Zoun ha ucciso tre soccorritori della Protezione civile libanese, colpiti mentre cercavano di salvare i feriti della prima ondata. Il primo ministro libanese ha definito l’azione un “crimine di guerra”, mentre il presidente Joseph Aoun ha accusato Israele di violare il diritto internazionale e le convenzioni che proteggono il personale medico. Da parte sua, Hezbollah ha risposto con un drone FPV che ha colpito un appaltatore civile israeliano impegnato in lavori di demolizione di infrastrutture del partito sciita nel sud del Libano, uccidendolo. Per Tel Aviv, queste incursioni rientrano in un “progetto speciale” per contrastare la minaccia crescente, mentre il governo libanese denuncia l’uso sproporzionato della forza.

Il bilancio delle violazioni si allunga ogni giorno. Mercoledì, un soldato libanese è stato ucciso in un bombardamento israeliano a Khirbet Selm, fuori dalla zona cuscinetto di dieci chilometri stabilita dall’intesa. Hezbollah, dal canto suo, ha lanciato due razzi verso la Galilea, riaccendendo la tensione al confine. L’esercito israeliano ha replicato con decine di raid e demolizioni di abitazioni, mentre a Beirut il consiglio di sicurezza si riunisce per valutare i prossimi passi. L’atmosfera è quella di una tregua che non esiste, fatta di accuse reciproche e azioni militari che minano ogni tentativo di stabilizzazione.

Per l’Italia e l’Europa, il quadro è preoccupante. Roma partecipa alla missione Unifil, i cui caschi blu operano in una zona sempre più insicura. Bruxelles segue con attenzione l’evolversi della crisi umanitaria, temendo un’ondata di profughi verso le coste europee e un aggravamento delle tensioni regionali. Secondo gli analisti della capitale belga, senza un autentico impegno diplomatico che vada oltre le dichiarazioni, il rischio è che il Libano precipiti in una nuova guerra civile, con ripercussioni sull’intero Mediterraneo orientale. L’ottica di Washington appare bloccata tra la necessità di sostenere Israele e quella di arginare l’influenza iraniana, mentre Pechino, pur lontana, monitora gli equilibri energetici della regione.

Guardando avanti, il quadro è fosco. L’insicurezza alimentare non potrà che peggiorare se i combattimenti non cesseranno davvero. I negoziati per una tregua stabile sembrano arenati, e la popolazione civile, intrappolata tra due fuochi, paga il prezzo più alto. La prossima stagione del raccolto è già compromessa, i prezzi dei generi alimentari salgono, e le riserve scarseggiano. Per invertire la rotta, servirebbe un cambio di passo: un cessate il fuoco effettivo, un corridoio umanitario, e un rilancio del dialogo politico. Ma finché le armi continueranno a parlare, le parole della diplomazia resteranno inascoltate.

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