
Il sindaco di New York tassa i ricchi, i miliardari scappano a Miami: guerra aperta
La tassa sulle seconde case e le politiche progressiste di Zohran Mamdani provocano la fuga di capitali e accuse di populismo. L'America si interroga.
La decisione di Ken Griffin, fondatore di Citadel, di spostare il quartier generale e migliaia di posti di lavoro a Miami è la risposta più clamorosa alla sfida lanciata dal sindaco di New York Zohran Mamdani. Il video in cui il primo cittadino annunciava una tassa sui super-ricchi, diventato virale con oltre cinquanta milioni di visualizzazioni, ha avuto un effetto immediato: Griffin ha dichiarato senza mezzi termini che l'espansione a Miami è una «conseguenza diretta» della scelta del sindaco, aggiungendo che il messaggio della città non accoglie il successo.
Mamdani, eletto l'anno scorso su una piattaforma fortemente progressista, ha già ottenuto l'inserimento della tassa sulle seconde case di lusso – i cosiddetti pied-à-terre – nella legge finanziaria dello Stato di New York, grazie all'appoggio della governatrice Kathy Hochul. L'obiettivo è raccogliere cinquecento milioni di dollari l'anno per ripianare il deficit cittadino. A questa misura si affiancano iniziative simboliche come la nuova pista ciclabile di Brooklyn, inaugurata in occasione della Giornata nazionale della bicicletta, e il programma pilota di asilo nido gratuito per i dipendenti comunali, «The Little Apple», le cui iscrizioni sono aperte fino a maggio.
Ma la reazione del mondo finanziario non si è fatta attendere. Nella comunità imprenditoriale newyorkese, le parole di Mamdani hanno suscitato reazioni durissime: il magnate immobiliare Steven Roth ha paragonato la retorica di «tassare i ricchi» a insulti razziali e allo slogan filo-palestinese «dal fiume al mare», scatenando un acceso dibattito sulla polarizzazione sociale. L'opinione pubblica conservatrice americana ha definito il gesto del sindaco un attacco al successo, mentre parte della stampa nazionale ha parlato di «fallimento morale» prima ancora che fiscale.
New York si trova così al centro di un paradosso. Da un lato, le politiche di Mamdani rispondono a un bisogno reale di equità, in una città dove il costo della vita è insostenibile per le classi medie. Dall'altro, rischiano di allontanare proprio quei contribuenti che generano la ricchezza su cui il sindaco intende fare leva. Il caso Griffin non è isolato: già in passato Chicago aveva visto fuggire lo stesso miliardario per le tasse troppo elevate, e la lezione sembra ripetersi.
In prospettiva, la sfida di Mamdani interroga l'intera sinistra occidentale. In Europa, e in Italia, il dibattito sulla tassazione delle grandi ricchezze è vivo, ma l'esperimento newyorkese mostra quanto sia sottile il confine tra giustizia fiscale e fuga di capitali. Se il sindaco riuscirà a dimostrare che una città può essere insieme progressista e prospera, l'onda potrebbe arrivare fin qui. Altrimenti, il caso di New York diventerà un monito per tutte le amministrazioni che vorranno provare a ridistribuire la ricchezza senza tener conto della mobilità del capitale.
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