
Tra cesserfuoco fragile e droni kamikaze: il Sud del Libano torna campo di battaglia
Il cesserfuoco siglato il 17 aprile scorso tra Israele e Hezbollah esiste ormai solo sulla carta. Nelle ultime settimane l’esercito israeliano ha intensificato le operazioni nel Sud del Libano, lanciando oltre cinquanta raid aerei in ventiquattr’ore e ordinando l’evacuazione immediata di undici villaggi, tra cui Nabatieh e altre località della regione. L’obiettivo dichiarato è smantellare le infrastrutture del Partito di Dio, che Tel Aviv accusa di violare sistematicamente la tregua. Dal canto suo, Hezbollah ha ripreso a colpire le truppe israeliane di stanza oltre confine, impiegando con crescente frequenza droni FPV – piccoli, economici e difficili da intercettare – che hanno già causato vittime e decine di feriti tra i soldati nemici. Una tattica mutuata dal conflitto ucraino, che sta mettendo in difficoltà uno degli eserciti più tecnologici al mondo, come riconoscono gli stessi vertici militari israeliani, costretti a coprire i mezzi corazzati con reti metalliche per proteggerli dagli attacchi suicidi.
Sul fronte diplomatico, gli Stati Uniti spingono per un negoziato diretto tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun, con l’obiettivo di consolidare la cessazione delle ostilità e avviare la ricostruzione. Ma l’iniziativa incontra una ferma opposizione da parte di Hezbollah, i cui deputati hanno giurato di “ostacolare” qualsiasi accordo che non riconosca il ruolo del movimento armato. Per i vertici del Partito di Dio, la partecipazione al conflitto a fianco dell’Iran resta la chiave per ribaltare le sorti della guerra e imporre un nuovo cesserfuoco che sia più vantaggioso rispetto a quello attuale. A Beirut, intanto, cresce il malcontento verso una milizia che, con la sua imboscata unilaterale, ha esposto il Libano a una nuova devastazione: le immagini satellitari diffuse dal New York Times mostrano venti interi villaggi rasi al suolo, un prezzo altissimo pagato soprattutto dalla popolazione sciita.
In questo quadro di crescenti tensioni, la comunità internazionale guarda con apprensione alla possibilità di un’escalation generalizzata. Bruxelles ha espresso preoccupazione per la stabilità del Mediterraneo orientale e per le conseguenze umanitarie di una guerra che ha già causato migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. L’Italia, storicamente impegnata in missioni di pace in Libano con il contingente Unifil, potrebbe trovarsi a dover gestire un nuovo flusso migratorio oltre a un’esplosione della violenza ai suoi confini meridionali. L’Europa, insomma, non può permettersi un ritorno alla guerra aperta: il fragile cesserfuoco imposto da Washington dopo l’intervento iraniano rischia di dissolversi definitivamente, trascinando l’intera regione in un conflitto più ampio di cui nessuno, oggi, sa prevedere l’esito.
Allarga lo sguardo
Trump sospende l’attacco all’Iran, ma Teheran smentisce di aver chiesto la tregua
2 lingue · 74 testate
Da Economy & MarketsGIIAS 2026: a Tangerang debutti premium, elettrificazione e un record mondiale
1 lingua · 11 testate
Da TechnologyGIIAS 2026: Chery lancia la Q con prenotazione solo online, 6.000 ordini in poche settimane
1 lingua · 15 testate