
Tra Washington e Teheran: la sfida di Zaidi per un Iraq diviso
La telefonata di congratulazioni arrivata giovedì da Donald Trump al nuovo primo ministro iracheno designato, Ali al-Zaidi, con tanto di invito a visitare Washington dopo la formazione del governo, rappresenta un segnale inequivocabile della volontà americana di riannodare i fili con Baghdad in un momento di massima tensione regionale. Eppure, a poche ore da quel gesto di distensione, il quadro che emerge dagli ambienti politici iracheni è ben più cupo: secondo fonti vicine al premier incaricato, Zaidi sarebbe stato travolto dalle richieste delle fazioni che compongono la galassia sciita, in particolare per il controllo dei ministeri cosiddetti "sovrani", e si parla apertamente della possibilità di un passo indietro. Una prospettiva che rivelerebbe la fragilità di un processo di formazione governativa già iniziato in salita, dopo cinque mesi di stallo per arrivare alla sola nomina.
La mossa di Trump segna una netta inversione di rotta rispetto alle settimane precedenti, quando aveva apertamente osteggiato la candidatura dell'ex premier Nouri al-Maliki, considerato troppo vicino a Teheran. Con Zaidi, figura tecnica e meno legata ai circuiti delle milizie filo-iraniane, la Casa Bianca intravede la possibilità di un interlocutore più affidabile, capace di tenere a distanza l'influenza della Repubblica islamica. Dall'ottica di Pechino, invece, la vicenda viene seguita con cautela: la Cina guarda alla stabilità irachena come chiave per i propri investimenti energetici e infrastrutturali, ma senza schierarsi apertamente nel duello tra Washington e Teheran.
L'ira di Teheran, però, è il vero termometro della crisi. Secondo quanto riferito da fonti irachene, l'asse iraniano ha accolto con malcelato disappunto la nomina di Zaidi, interpretata come una sconfitta dopo l'abile lavoro di mediazione che aveva permesso a Maliki di restare in pista fino all'ultimo. Per l'Italia e l'Europa, il nodo è duplice: da un lato, l'instabilità irachena rischia di alimentare nuove ondate migratorie e di rafforzare le cellule dormienti del terrorismo; dall'altro, la partita per il controllo dei giacimenti petroliferi del nord incide direttamente sulla sicurezza energetica continentale. Bruxelles osserva con apprensione il risiko delle nomine, sperando in un esecutivo capace di tenere insieme le istanze di una società plurale senza cadere nella trappola dello scontro per procura.
Il futuro di Zaidi si gioca ora sulla capacità di trovare un equilibrio tra le pressioni americane, le pretese delle fazioni armate e il malumore iraniano. Se riuscirà a formare un governo che escluda le figure più radicali e tenga aperto un canale con Washington, potrebbe garantire al Paese una finestra di stabilità. In caso contrario, l'Iraq rischia di tornare al punto di partenza, con un nuovo stallo e il fantasma di un conflitto interno sempre dietro l'angolo.
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