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venerdì 1 maggio 2026

Tre continenti, un solo nodo: la sovranità dei corpi davanti alle corti

Il diritto alla vita e alla sua interruzione, il consenso, la tutela dei minori: tre questioni che il 2025 ha visto intrecciarsi in aule di tribunale distanti tra loro, segnando però un dialogo giuridico e sociale che riguarda da vicino anche l’Italia e l’Europa. La notizia più dirompente arriva da Nuova Delhi, dove la Corte Suprema indiana ha autorizzato una quindicenne vittima di stupro a interrompere una gravidanza alla trentesima settimana, superando il limite legale delle venti settimane. I giudici, con una formulazione netta, hanno dichiarato che “non si può costringere una minore a diventare madre” e hanno invitato il governo a modificare la legge per eliminare ogni barriera temporale nei casi di violenza sessuale. La sentenza ha respinto le obiezioni dell’ospedale AIIMS, che temeva rischi per la salute della ragazza, ma la Corte ha replicato che spetta ai genitori, non alle istituzioni, scegliere.

Sul fronte opposto dell’Atlantico, il Canada offre un contrappunto altrettanto significativo. La Corte Suprema ha negato l’appello di una madre biologica che voleva bloccare l’adozione del figlio, già decisa dai tribunali inferiori su richiesta della Direzione della protezione della gioventù. Il tribunale ha scelto di non entrare nel merito, ma i giuristi canadesi sottolineano il pericolo che la prova prodotta dai servizi sociali diventi una giustificazione a sé stante per la recisione definitiva del legame parentale. La stessa tensione tra autonomia individuale e intervento statale si ritrova, con segno invertito, nella vicenda indiana: lo Stato non può imporre una maternità, ma può spezzare un legame quando la protezione del minore è in gioco.

In Europa, la Spagna ha avviato l’iter costituzionale per blindare il diritto all’aborto, inserendolo nell’articolo 43 della Carta Magna. Il Congresso ha respinto le due emendazioni di totalità presentate dall’opposizione, ma la riforma è destinata a naufragare alla votazione finale, mancando i numeri necessari. L’iniziativa del governo Sánchez, pur non producendo effetti immediati, ha il merito di riaprire il dibattito sulla protezione costituzionale della scelta delle donne, tema che a Bruxelles viene seguito con attenzione come possibile precedente per altri ordinamenti, compreso quello italiano, dove la legge 194 resta in bilico tra conferme e tentativi di revisione.

L’orizzonte che emerge da queste tre vicende è quello di un diritto che fatica a stare al passo con le trasformazioni sociali. La sentenza indiana, in particolare, spinge verso una legislazione più organica e sensibile alla realtà delle vittime. Per l’Europa, il dossier spagnolo mostra quanto sia difficile trasformare in norma costituzionale ciò che le leggi ordinarie già garantiscono. Il vero banco di prova, suggeriscono gli analisti di Bruxelles, sarà la capacità dei parlamenti di recepire le indicazioni delle corti senza cadere in un attivismo giudiziario che lascerebbe i cittadini senza bastone né carota.

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venerdì 1 maggio 2026

Tre continenti, un solo nodo: la sovranità dei corpi davanti alle corti

Il diritto alla vita e alla sua interruzione, il consenso, la tutela dei minori: tre questioni che il 2025 ha visto intrecciarsi in aule di tribunale distanti tra loro, segnando però un dialogo giuridico e sociale che riguarda da vicino anche l’Italia e l’Europa. La notizia più dirompente arriva da Nuova Delhi, dove la Corte Suprema indiana ha autorizzato una quindicenne vittima di stupro a interrompere una gravidanza alla trentesima settimana, superando il limite legale delle venti settimane. I giudici, con una formulazione netta, hanno dichiarato che “non si può costringere una minore a diventare madre” e hanno invitato il governo a modificare la legge per eliminare ogni barriera temporale nei casi di violenza sessuale. La sentenza ha respinto le obiezioni dell’ospedale AIIMS, che temeva rischi per la salute della ragazza, ma la Corte ha replicato che spetta ai genitori, non alle istituzioni, scegliere.

Sul fronte opposto dell’Atlantico, il Canada offre un contrappunto altrettanto significativo. La Corte Suprema ha negato l’appello di una madre biologica che voleva bloccare l’adozione del figlio, già decisa dai tribunali inferiori su richiesta della Direzione della protezione della gioventù. Il tribunale ha scelto di non entrare nel merito, ma i giuristi canadesi sottolineano il pericolo che la prova prodotta dai servizi sociali diventi una giustificazione a sé stante per la recisione definitiva del legame parentale. La stessa tensione tra autonomia individuale e intervento statale si ritrova, con segno invertito, nella vicenda indiana: lo Stato non può imporre una maternità, ma può spezzare un legame quando la protezione del minore è in gioco.

In Europa, la Spagna ha avviato l’iter costituzionale per blindare il diritto all’aborto, inserendolo nell’articolo 43 della Carta Magna. Il Congresso ha respinto le due emendazioni di totalità presentate dall’opposizione, ma la riforma è destinata a naufragare alla votazione finale, mancando i numeri necessari. L’iniziativa del governo Sánchez, pur non producendo effetti immediati, ha il merito di riaprire il dibattito sulla protezione costituzionale della scelta delle donne, tema che a Bruxelles viene seguito con attenzione come possibile precedente per altri ordinamenti, compreso quello italiano, dove la legge 194 resta in bilico tra conferme e tentativi di revisione.

L’orizzonte che emerge da queste tre vicende è quello di un diritto che fatica a stare al passo con le trasformazioni sociali. La sentenza indiana, in particolare, spinge verso una legislazione più organica e sensibile alla realtà delle vittime. Per l’Europa, il dossier spagnolo mostra quanto sia difficile trasformare in norma costituzionale ciò che le leggi ordinarie già garantiscono. Il vero banco di prova, suggeriscono gli analisti di Bruxelles, sarà la capacità dei parlamenti di recepire le indicazioni delle corti senza cadere in un attivismo giudiziario che lascerebbe i cittadini senza bastone né carota.

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