
Lutnick sotto accusa: l'ombra di Epstein divide Washington tra democrazia e omertà
Il segretario al Commercio ammette tre incontri con il finanziere condannato. I democratici chiedono le dimissioni, i repubblicani minimizzano.
Il segretario al Commercio americano Howard Lutnick è diventato il primo membro del gabinetto di Donald Trump a comparire davanti alla commissione della Camera che indaga sulla rete di Jeffrey Epstein, il finanziere morto in carcere nel 2019 dopo essere stato condannato per reati sessuali su minori. L’audizione a porte chiuse, durata diverse ore, ha messo in luce le contraddizioni del potente uomo d’affari, che in passato aveva dichiarato di aver troncato ogni rapporto con Epstein già nel 2005, salvo poi dover ammettere di averlo incontrato almeno tre volte, l’ultima delle quali nel 2012 nella sua isola privata delle Isole Vergini, in compagnia della moglie e dei figli. I documenti desecretati dal Dipartimento di Giustizia a gennaio, in attuazione del cosiddetto Epstein Files Transparency Act, hanno smentito la versione iniziale di Lutnick, aprendo una crepa nella sua credibilità.
Da Washington, lo scontro politico è stato immediato. I democratici della commissione hanno accusato Lutnick di aver mentito all’opinione pubblica e di aver eluso le domande durante l’interrogatorio. La deputata Yassamin Ansari, dell’Arizona, lo ha definito senza mezzi termini un “bugiardo patologico”, mentre il collega californiano Ro Khanna ha parlato di una “presa in giro della lingua inglese”, sostenendo che il segretario abbia cambiato versione ogni volta che emergevano nuovi fatti. Per i democratici, Lutnick non sarebbe stato né trasparente né collaborativo, e il suo comportamento configurerebbe un tentativo di insabbiamento. Dall’altra parte, il presidente repubblicano della commissione, James Comer, ha descritto la testimonianza come “schietta” e ha avvertito che, se emergeranno false dichiarazioni, mentire al Congresso è un reato federale. Una posizione ambigua, che sembra voler contenere le polemiche senza però chiudere la porta a possibili sviluppi giudiziari.
Oltre l’Atlantico, la vicenda riaccende il dibattito sulle zone grigie del potere e della giustizia. Per gli analisti di Bruxelles, il caso Lutnick è un ulteriore tassello di una crisi di fiducia nelle istituzioni americane, che ha ripercussioni anche sulle relazioni transatlantiche: se un membro dell’esecutivo può mentire impunemente sui propri legami con un noto criminale sessuale, quale credibilità può avere nella gestione dei dazi e dei negoziati commerciali con l’Europa? A Roma, dove il caso Epstein è stato seguito con attenzione per i suoi legami con l’aristocrazia e la finanza internazionale, si teme che la politicizzazione dell’inchiesta impedisca di fare piena luce su un sistema di complicità che ha attraversato oceani e continenti.
La tensione è destinata a crescere. Le prossime settimane potrebbero vedere nuovi audizioni, con altri nomi eccellenti chiamati a rispondere. Per Lutnick, la strada si fa stretta: il suo futuro al Dipartimento del Commercio è appeso al filo di una verità che fatica a emergere. Nel frattempo, l’ombra di Epstein continua a infestare i corridoi del potere, ricordando a tutti che il confine tra lealtà e omertà è spesso più sottile di quanto si voglia ammettere.
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